Perchè amo i treni .
21 Dicembre 2000, giovedi .
L’ora precisa mica me la ricordo .
Era mattino, mattino tardi ed io mi ero fatta accompagnare alla stazione .
Agitazione? Nemmeno un po’: avevo perso troppo tempo a macchinare cosa fare e
cosa non fare per arrivare in tempo alla stazione, per cercare di essere
passabile, a sperare che il treno di chi mi aveva accompagnato non arrivasse
insieme quello di chi doveva arrivare .
Il treno di chi doveva andare arriva .
Agitazione? Ora si grazie .
Che poi il treno di chi doveva arrivare sarebbe stato, ipoteticamente anche
quello che io avrei dovuto prendere, se le cose dette a chi era andato fossero
state vere .
Sala d’aspetto .
Portò ritardo il treno di chi doveva arrivare?
Dannazione, nemmeno questo ricordo .
Ma ricordo che passai per scema agli occhi di qualcuno che doveva andare .
Un passo avanti, uno indietro, due passi in avanti, due indietro .
E com’è strano, adesso che ci penso rammento cosa pensai .
Mi venne davanti gli occhi Zio Paperone quando rimugina su qualcosa, quando cammina
in tondo tanto da scavare il pavimento .
Ma io non ce l’avevo un Battista personale che mi guardava e si preoccupava per
me. Nossignora no .
Avevo però dei capelli lisciati per l’occasione e riempiti
di semi di lino anche se la giornata era secca, ma meglio non far brutte figure
.
Lisciati che lisciavo in continuazione, come in continuazione mi guardavo nella
porta a vetro della sala d’aspetto . E sbuffavo si . Una specie di
iperventilazione che non mi serviva a nulla .
Poi l’annunciano .
Annunciano il treno di chi doveva arrivare, e la trasformazione .
Mi accodo a chi doveva andare, come se nulla fosse, anche se un sorrisino già
mi viene naturale .
Dlen, dlen, dlen…la campanella .
A quest’ora sarà ancora alla stazione prima . Già me l’hanno insegnato alle
elementari che funziona così .
E doveva essere proprio così, passarono forse una decina di minuti, quando vidi
il muso del diretto stagliarsi all’orizzonte .
Anzi no, semplicemente alla fine della stazione .
Ma non capivo niente .
E continuai a non capir nulla, quando il treno di fermò .
Quando salì chi doveva andare e le tre persone che dovevano arrivare scesero .
Tre .
E in fondo l’Ing .
Chiedo venia, l’allora quasi Ing .
Il viso serio, il mio, e un libro di storia degli strumenti
musicali che mica lo so perché me l’ero portato .
Si insomma, in fondo vedo chi doveva arrivare, che è
arrivato, ha messo piede in terra e penso: “Eccolo li, è sicuramente lui”
Perché l’allora quasi Ing. io non l’avevo mai visto .
Gli vado incontro, piano . Avrei voluto correre, ma sarei di
certo caduta .
Gli vado incontro e lui mi si avvicina .
Un bacio sulla guancia e un “Ma lo vedi che sei carina?” sussurrato .
- Andiamo?-
Non rispondo . No, mi sa di non aver risposto, ma quando mi
sono girata per prendere il sottopassaggio ho sbandato e quasi gli sono andata
addosso .
O meglio, ho sbandato .
Eh .
E lui me l’avrebbe rinfacciato i prossimi giorni che già “gli saltavo addosso”
.
Così come avrebbe continuato a dirmi che l’avevo riconosciuto non per un
qualcosa di chimico che ci univa da sempre, ma perché in tutto erano scese
proprio tre persone . Lui compreso .
Ed il treno di chi doveva arrivare ed è arrivato, è ripartito .