Fotografie siriane

Il sax armeggiava con melodie orientali. Il suo incidentare su contrappunti prettamente europei non gli rendeva giustizia. Ero stregata però da quel suono morbido tipico del soprano.
Il musicista sembrava non far caso alla ballerina che, con movenze sensuali, dissociava tutti i muscoli del bacino. Il sottofondo di bonghetti arrivati direttamente da Istanbul e cimbali attorno alle cavigliere della ragazza, rendevano l'atmosfera banalmente magica.
O forse era solo il fumo dei narghilè, posati su ogni tavolo, a stordire le mie sinapsi.
Mi guardai intorno. I drappeggi che abbellivano la stanza erano in lino bianco, qualcuno dipinto con colori caldi, come le luci fioche tendenti all'arancione che disegnavano ombre sui visi dei partecipanti al banchetto.
Un gioco di luci ammaliante, che rendeva sensuali anche i miei lineamenti meridionali.

Il sassofonista suonò l'ultima nota del pezzo, e con ancora lo strumento in mano, si diresse verso il mio tavolo. Quasi non fece caso alla mia presenza, ripose la sua anima di metallo nella custodia marrone, e ordinò un manhattan.
L'ordinazione mi lasciò spiazzata. Manhattan? Non li almeno...
Ma il cameriere, non fece storie, e un attimo dopo il cocktail era tra le mani dell'uomo.

Seppur con un certo imbarazzo, lo guardai affondare le sue labbra in quel bicchiere da martini, poi ritirarle e di nuovo cercare di evitare la ciliegina nel bicchiere, assorto in chissà quali pensieri.
Adesso, così vicino, dimostrava più dell'età che avrei scommesso. Le rughe gli disegnavano la fronte e si congiungevano con quelle più sottili vicino gli occhi. Occhi scuri, come la sua pelle, che esaltavano le unghie delle mani madreperlate e ben curate.

Nella mia personalissima esaltazione mentale dei lineamenti di quest'uomo, non mi accorsi che anche lui adesso mi fissava. Capii che mi aveva rivolto una domanda, che naturalmente il mio cervello non aveva percepito.
Strabuzzai gli occhi e lui, con calma e scandendo bene le parole mi chiese:
- Chi sei? -
Balbettai un qualcosa, sforzandomi di capire che quelle due parole erano solo lo spunto per scrivere un romanzo, magari noioso, ma pur sempre un romanzo della mia breve vita...

Cosa stava accadendo? Non ebbi il tempo di pensarlo che vidi l'uomo senza nome alzarsi, inforcare la custodia e prendere me sotto braccio.
Guadagnavamo spediti l'uscita del locale. Un cenno da parte sua al portiere ed eccoci fuori.
Una luna mangiata, proprio come quella della bandiera turca, sfondo ideale per il cielo estivo di Damasco.

Pochi passi [o forse pochi sembrarono ], gente assente per la strada, e un giardino che somigliava ad un'oasi. Palmizi avvolgenti, e la città ai nostri piedi.
Non so come, eravamo su una piccola collinetta.
Ci sedemmo su una panchina di pietra, e mi ritrovai a pensare che doveva avere sui quarant'anni. E un buon profumo di sapone.

Mi abbracciò e iniziò lentamente a parlare in un francese stentato. Una voce calda che si interruppe quando iniziò a parlare della sua famiglia.
Con un gesto secco, estrasse da una tasca delle foto. Foto color seppia, colpa del tempo. Due bambine sorridenti, una donna vestita a festa e lui che abbraccia una ragazza.
Somiglianza spaventosa tra lei e me.

La scoperta mi turbò non poco, e i miei muscoli si impietrirono. Lui capii, abbassò gli occhi e congiunse le mani. Forse riuscii ad intravedere anche una sottile linea di lacrime far capolino da quegli occhi profondi.
Lo abbracciai, assaporai per l'ultima volta quel profumo, e lo lasciai li.
Assorto nei suoi pensieri...come l'avevo conosciuto.

"...Profumi indescrivibili nell'aria della sera
studenti di Damasco vestiti tutti uguali
l'ombra della mia identità
mentre sedevo in un cinema o in un bar..."